ZONA DECORO #2: C’È DEL PORNO IN CITTÀ

Il 9 febbraio arriva in parlamento la relazione del Ministero degli Interni sulle attività di polizia: Minniti l’avrà letta? Certo, ma non era sulla base dei dati oggettivi che si era messo in testa di firmare il decreto.

Nonostante si riferiscano all’anno 2015, infatti, quei numeri raccontano una storia difficilmente compatibile con l’urgenza di attribuire ai sindaci il nuovo compito di riportare la legge sulla frontiera urbana.

Diminuiscono le violenze sessuali (dello 6,04%), le rapine (10,62%), i furti (6,97%) e l’usura (7,41%). Diminuiscono il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione (di 1049 unità rispetto al 2011), diminuisce l’impiego dei minori nell’accattonaggio (da 396 a 248 denunce).

«Dunque – scrive sempre Gonnella – nella produzione delle norme sulla sicurezza urbana non sono presi in considerazione né i dati statistici né il parere degli esperti ma si legifera, come nella tradizione penal-populista, sulla base della percezione pubblica dell’insicurezza allo scopo di offrire ai cittadini-elettori già garantiti una sorta di rassicurazione simbolica del tutto sganciata dai bisogni autentici e profondi di sicurezza».

Eppure a qualcuno è sembrato importante che il decreto incassasse subito il favore dell’Anci, l’associazione che riunisce tutti i comuni italiani – e significativo lo è davvero. Perché il sindaco viene eletto direttamente «dal popolo» e la manutenzione del decoro urbano, di conseguenza, risulta un modo eccezionalmente economico per rendersi popolare e programmare un avanzamento di carriera sulla pelle dei più miserabili.

Il rispetto del decoro è lo show in cui barboni, alcolizzati, prostitute, mendicanti, lunatici, spacciatori, tossici, imbrattatori e lavavetri vengono progressivamente abbandonati dal welfare e illuminati dai fari delle volanti con il duplice obiettivo di criminalizzare la povertà e omologare tutto il resto.

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Scrive Alessandro De Giorgi: «Tanto in Italia quanto negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e Francia (…), le politiche di rassicurazione dell’opinione pubblica fondate sul cosiddetto disordine urbano e focalizzate sull’obiettivo di ristabilire il decoro e la qualità della vita, hanno in realtà l’effetto di omogeneizzare lo spazio pubblico».

Quella dell’allontanamento alla vista e all’olfatto della pornografia urbana non è una censura finalizzata solo all’inibizione di determinati comportamenti, ma serve a produrre un cittadino-elettore continuamente da rifare, perché il decoro può svolgere la propria funzione disciplinare solo in presenza di violazioni che ne rendano desiderabile il ripristino.

In questi termini – cioè quelli del rapporto circolare tra la conformità e l’errore – la domanda davvero decisiva l’ha posta Tamar Pitch: avete mai sentito dire della casa di un ricco che è decorosa? La risposta è no, perché il decoro non è un problema che riguarda il ricco.

Aggiungiamo che la sua casa può eventualmente risultare pacchiana, volgare o cafona, giudizi con i quali il valore anche estetico della ricchezza si determina in rapporto all’inferiorizzazione della povertà (il patulum di patulanum cioè pacchiano è proprio il pascolo, il vulgus è la plebe e per quanto l’etimologia di cafone rimanga incerta rinvia senz’altro a un’origine contadina).

Il decoro quindi non serve solo «per tenere a bada chi non ce la fa», ma anche per mistificare la dialettica sociale nel registro di chi sta sopra perché meritevole e di chi soccombe perché se l’è cercata.

Si tratta di una concezione del mondo che Marx ha definito «bambinata» e che attraverso l’upgrade del ritiro programmato degli investimenti pubblici dal ghetto americano, con il relativo riferimento a un’underclass che sarebbe stato illusorio voler continuare a integrare, si è evoluta nel feticcio neoliberista della meritocrazia.

E’ proprio così che a metà degli anni Settanta ha cominciato ad affermarsi la rincorsa elettorale alla riduzione delle tasse: con una speculazione sociologica ai danni della forza lavoro che il passaggio dall’industria ai servizi rendeva superflua. Per cui venne definita incorreggibile, perché risultava anacronistico continuare a finanziarne il sostentamento in funzione di riserva.

E stiamo ancora lì dentro. Nei giorni scorsi il Resto del Carlino e il presidente provinciale della Fimaa-Confcommercio, ci hanno fatto sapere quali sono secondo loro le cause della svalutazione degli immobili in viale Gramsci e negli altri quartieri difficili. Dicono lo spaccio, i bivacchi, i furti, la prostituzione e i negozi etnici.

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Per cui è ancora un’underclass incorreggibile (e alla quale il decreto Minniti nega di conseguenza qualunque forma di welfare) ad aver causato la catastrofe: «Negli ultimi cinque anni – spiega il presidente – ci sono soluzioni che costano anche il 20/25% in meno», ma l’unico modo per risolvere il problema, al di là della riqualificazione, sarà provvedere «all’installazione di nuove telecamere e all’aumento dei controlli delle forze dell’ordine».

Sono valutazioni «al netto della crisi», dice il presidente, ma i numeri che le giustificherebbero non fanno alcuna differenza tra l’incidenza della crisi e quella dei negozi etnici.

Gli immobili passano complessivamente dai 1200 ai 900 euro al metro quadro, per esempio, e cioè si deprezzano del 25%, appunto, ma proprio mentre Confedilizia registra un calo medio nazionale del 30% (sempre gli ultimi cinque anni) e lo imputa a due fattori: la crisi internazionale del 2008 (che avrebbe contratto la domanda) e la triplicazione della tassazione italiana cominciata nel 2012, senza alcun riferimento ai negozi etnici.

Ma intanto nel quartiere arrivano le nuove costruzioni finanziate con il Bando Periferie.

Se davvero c’è del porno in città, allora, non riguarda direttamente i mendicanti o le scritte sui muri, né tantomeno le prostitute, ma lo sfruttamento di tutti questi fenomeni nel lavoro simbolico con il quale le campagne per il decoro e la sicurezza trasferiscono le ragioni del conflitto dai flussi speculativi (grandi e piccoli) al kebabbaro.

Spesso a dare scandalo è qualcosa di molto semplice, come spiega benissimo una delle testimonianze raccolte da Andrea Staid nel corso della sua ricerca sui dannati di via Bligny 42 a Milano.

Dice Hamed, egiziano: «Nel mio paese certe cose sono proprio diverse e ho fatto fatica ad abituarmi alle vostre tradizioni. Io per esempio non capivo perché state sempre tutti a casa, da me in casa ci si sta solo per dormire… a me piace stare in strada a parlare, mangiare insieme, bere qualcosa, per questo mi sono trovato subito bene qua in viale Bligny».

Parlano ad alta voce, mangiano in strada, bevono, si spintonano, cercano di ritagliarsi angoli di vita e possibilità, pisciano tra i bidoni dell’immondizia: per le città del city management è davvero troppo. Le città-azienda e il loro marketing turistico, s’intende, dove la logica della corporate identity si è estesa dalla Inner City alla Suburban Area: per descrivere la città neoliberale si finisce sempre a parlare come dei deficienti.

Ma lo spirito di appartenenza aziendale alla città (la corporate identity) lo riassume in modo molto efficace André Gorz quando spiega che in coincidenza con la distruzione del lavoro, diventa paradossalmente necessario estendere a tutto l’ambiente urbano il bisogno di «proclamare la propria appartenenza alla élite dei winners – proprio come in azienda si cerca la risata del capo – mentre i losers se la devono prendere solo con se stessi».

E’ proprio questo elitismo di massa completamente illusorio ed espropriato che le politiche per il decoro stanno sovraeccitando. Basta trascorrere due minuti sul web: l’élite degli antivaccinisti accusa la plebe di sudditanza, l’élite dei vaccinisti ha qualcosa da ridire sul suffragio universale.

Il ministro Minniti ha poi dichiarato a Repubblica: «Scrivendo il decreto insieme ai sindaci non avevo in testa il clochard o l’ambulante immigrato: avevo in testa il bene comune». Non le persone concrete nella loro intrattabile soggettività economica e sociale, ma la reificazione di un ordine costituito: se non altro lo dice.

Ma prima che il suo decreto reitegrasse alla lettera svariati passaggi del decreto Maroni, bocciato dalla Consulta, a svuotare di qualunque contenuto sociale il rapporto tra decoro e degrado avevano già provveduto le ordinanze dei sindaci.

(continua)

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2 thoughts on “ZONA DECORO #2: C’È DEL PORNO IN CITTÀ

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